Audit fornitori e indagini della Procura: perché la governance di filiera non è più un'opzione per i brand moda
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Nelle ultime ore la cronaca ha aggiunto un nuovo capitolo a una storia che va avanti da oltre due anni: la Procura di Milano ha aperto un nuovo fronte d'indagine su 11 marchi del settore moda, tra cui Chanel, Brunello Cucinelli ed Etro, chiedendo la documentazione su forniture e condizioni di lavoro lungo la filiera produttiva di copriabiti, pochette e shopper. Un'inchiesta che si aggiunge a quella aperta pochi mesi fa su altri tredici gruppi del lusso, da Prada a Gucci, da Dolce&Gabbana a Versace, e a una lunga serie di provvedimenti di amministrazione giudiziaria che negli ultimi due anni ha coinvolto nomi noti.
Non è più un fenomeno isolato. È un cambio di paradigma, ed è esattamente il tema al centro del nostro recente webinar “Dal marketing etico all'obbligo giuridico: come governare la filiera della moda nell'era della due diligence”, in cui abbiamo avuto l'onore di ospitare l'Avv. Mirella Rechichi, una delle voci più autorevoli in Italia in materia di compliance aziendale e Decreto Legislativo 231/2001, che ha offerto una lettura giuridica lucida e approfondita di ciò che sta accadendo nel settore. Con lei, Matteo Sgatti, Chief Sales & Marketing Officer di REMIRA Italia, ha portato la prospettiva operativa su come le aziende possono davvero mettere a terra questi principi. Gran parte delle riflessioni di questo articolo nasce proprio dalla sua analisi.
Dalla dichiarazione alla prova: la lettura giuridica dell'Avv. Mirella Rechichi
Per anni la sostenibilità di filiera è stata soprattutto un esercizio di comunicazione: codici etici, bilanci di sostenibilità, adesione a standard internazionali. Bastava dichiarare. Oggi, come ha spiegato con grande chiarezza l'Avv. Mirella Rechichi durante il webinar, il criterio è cambiato radicalmente: siamo passati da una logica dichiarativa a una logica probatoria, e conta ciò che si può dimostrare, non ciò che si dichiara.
Le indagini della Procura di Milano lo confermano in modo plastico. Come ha osservato l'avvocata, i magistrati non si chiedono più se il brand fosse a conoscenza di ogni singola irregolarità del subfornitore, ma se l'azienda avesse predisposto un sistema organizzativo adeguato per poterla scoprire — la stessa logica, ha ricordato Rechichi, che regge il Decreto Legislativo 231/2001: l'ente non risponde perché sapeva, ma perché non si era dotato di un modello idoneo a prevenire il rischio.
Questo spiega perché, negli ultimi mesi, sempre più aziende del lusso si sono trovate a dover consegnare non solo contratti e fatture, ma anche i propri modelli di prevenzione: le procedure di qualifica fornitori, i registri degli audit, i flussi informativi verso l'organismo di vigilanza.
Il ruolo della CSDDD: obbligo, non scelta volontaria
A rendere strutturale questo cambiamento contribuisce la Direttiva CSDDD (Corporate Sustainability Due Diligence Directive), che impone alle grandi imprese di mappare, valutare e mitigare gli impatti negativi — reali o potenziali — sui diritti umani e sull'ambiente lungo l'intera catena di attività, non solo all'interno dei propri confini societari.
Un equivoco comune, che l'Avv. Rechichi ha voluto chiarire subito nel webinar, va sfatato: la CSDDD non chiede alle aziende di azzerare ogni rischio lungo la filiera — un obiettivo semplicemente irrealistico in supply chain frammentate su più livelli e più Paesi. Come ha spiegato, chiede qualcosa di più preciso: un sistema proporzionato al rischio e documentato, capace di rispondere a tre domande fondamentali che l'avvocata ha indicato come il vero test di maturità organizzativa di un'impresa:
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Conosciamo davvero tutti i soggetti che partecipano alla nostra filiera, oltre il primo livello di fornitura?
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Verifichiamo nel tempo — non solo all'ingresso — che le condizioni continuino a sussistere?
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Possiamo dimostrarlo documentalmente, in qualsiasi momento, davanti a qualsiasi autorità?
Se anche una sola di queste domande genera incertezza, significa che c'è un'area di rischio concreta.
I 5 pilastri della governance di filiera
Dal webinar emerge un framework chiaro, illustrato dall'Avv. Rechichi e applicabile a qualsiasi azienda fashion con produzione esternalizzata:
- Mappare — conoscere in modo reale e aggiornato chi partecipa alla produzione, non solo il fornitore diretto ma l'intera catena fino alla lavorazione materiale.
- Qualificare — verificare, prima di avviare il rapporto, se il fornitore ha davvero la capacità produttiva, organizzativa e di compliance che dichiara di avere (non solo la documentazione formale).
- Contrattualizzare — inserire nei contratti clausole su diritti umani, standard ambientali, diritto di audit e accesso alle informazioni sui subfornitori.
- Monitorare — non fermarsi alla qualifica iniziale: fornitori e subfornitori cambiano, e il sistema di controllo deve essere dinamico.
- Documentare — conservare la prova di ogni visita, ogni audit, ogni non conformità e ogni azione correttiva. In un procedimento giudiziario conta solo ciò che può essere dimostrato.
Come ha sottolineato Matteo Sgatti nel webinar, questi cinque pilastri funzionano come le gambe di una sedia: basta che ne manchi uno per compromettere l'intero impianto difensivo.
I segnali d'allarme (red flags) da non sottovalutare
Le indagini più recenti raccontano una costante: le criticità emerse raramente derivavano da meccanismi fraudolenti sofisticati, ma da segnali di rischio piuttosto evidenti, semplicemente non intercettati per mancanza di un sistema strutturato. Tra i principali:
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prezzi anomalmente bassi rispetto al costo reale di manodopera e materia prima;
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tempi di consegna incompatibili con la struttura produttiva dichiarata;
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resistenza dei fornitori a visite, audit o richieste di documentazione;
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strutture organizzative incoerenti (numero di dipendenti, attrezzature, sede produttiva non verificabile rispetto ai volumi dichiarati).
Perché riguarda anche i brand non ancora coinvolti nelle indagini
È facile pensare che questo tema riguardi solo i grandi gruppi del lusso finiti sui giornali. Non è così. Il principio giuridico alla base delle indagini — la responsabilità legata alla diligenza organizzativa, non alla conoscenza effettiva del singolo episodio — si applica a qualsiasi azienda che esternalizzi produzione, indipendentemente dalle dimensioni. E la direzione normativa (CSDDD, ma anche il PPWR e il Digital Product Passport sul fronte della tracciabilità di prodotto) va tutta nella stessa direzione: più dati strutturati, più verificabilità, meno spazio per la gestione informale della filiera.
C'è anche un rovescio della medaglia positivo: le aziende che hanno già una governance di filiera strutturata partono in vantaggio — superano più facilmente le due diligence richieste dai clienti internazionali, accedono più facilmente al credito grazie ai criteri ESG ormai integrati nella valutazione del merito creditizio, e riducono l'esposizione a un rischio reputazionale che, nel fashion, può avere un impatto commerciale ben più pesante di qualsiasi sanzione.
Dal foglio Excel al sistema: il ruolo della tecnologia
Uno dei nodi pratici discussi nel webinar è che, molto spesso, le informazioni sulla filiera esistono già in azienda — ma restano nella testa dei responsabili di produzione o dei buyer, oppure disperse tra email e fogli Excel. Il problema emerge quando bisogna dimostrare quel lavoro: esiste una differenza enorme tra aver fatto un controllo e poter provare di averlo fatto.
Digitalizzare i cinque pilastri della governance di filiera — con un sistema che accompagni i processi nel tempo, non un archivio statico — permette di:
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centralizzare le informazioni oggi frammentate tra reparti diversi (qualità, produzione, acquisti);
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automatizzare i follow-up su non conformità e remediation, con tracciabilità delle azioni correttive;
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collegare la governance di filiera al percorso più ampio di tracciabilità di prodotto richiesto da PPWR e Digital Product Passport, di cui abbiamo parlato anche in altri approfondimenti sul nostro blog.
In sintesi
Il messaggio che arriva con chiarezza dalle aule dei tribunali, prima ancora che dalle normative, è questo: nel settore moda il rischio non nasce da ciò che accade lungo la filiera, ma dal non essere in grado di dimostrare di averla governata. Oggi il tema non è più “sapere”, ma poter provare di aver voluto sapere e di aver fatto tutto ciò che era ragionevolmente possibile per farlo.
Vuoi approfondire questi temi?
Guarda la registrazione del nostro webinar “Dal marketing etico all'obbligo giuridico” con l'Avv. Mirella Rechichi e Matteo Sgatti