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Obbligatorio il pulsante per i resi: cosa cambia davvero per i brand?

Scritto da REMIRA Italia | 18-giugno-2026

Dal 19 giugno il reso diventa un diritto digitale. E per molte aziende, il problema comincia prima del pulsante

Dal 19 giugno 2026, ogni piattaforma e-commerce che vende a consumatori italiani è obbligata a inserire un pulsante di recesso visibile, accessibile e funzionante direttamente sull'interfaccia digitale. Lo prevede il D.Lgs. 209/2025, che recepisce la Direttiva UE 2023/2673 e introduce il nuovo articolo 54-bis nel Codice del consumo.

La norma è chiara: niente più moduli da scaricare, stampare e inviare via mail sperando che qualcuno li legga. Il processo di reso deve essere completabile con un clic, con conferma automatica e ricevuta immediata al cliente. Chi non si adegua rischia sanzioni fino a 10.000 euro e, soprattutto, un'estensione automatica del periodo di recesso da 14 giorni a 12 mesi e 14 giorni.

Per molti retailer e brand del fashion, questo aggiornamento normativo suona come un campanello d'allarme tecnico. Ma il vero problema è altrove.

Il pulsante è l'ultimo passo. Il primo è la qualità

I resi nell'e-commerce italiano non sono un'anomalia: sono strutturali. Secondo i dati del Netcomm Delivery Index riferiti al primo semestre 2025, le spedizioni B2C dell'e-commerce italiano hanno superato i 393 milioni, con una quota di resi che nel fashion raggiunge punte superiori all'11%. Shopify stima un tasso di reso del 16% nell'abbigliamento e del 14% nelle calzature.

Le ragioni? Taglia errata, vestibilità non corretta, prodotti difettosi, qualità non idonea. In altre parole: problemi che esistono prima che il pacco venga spedito, non dopo.

Rendere il reso più semplice per il cliente, che è l'obiettivo giusto della normativa, senza intervenire sulle cause che generano i resi significa aumentare il volume di resi gestibili senza ridurne il costo. E il costo è tutt'altro che trascurabile: gestire un singolo reso può arrivare a pesare fino al 30% del prezzo dell'articolo, sommate tutte le spese operative. Un brand che gestisce 5.000 ordini al mese con un tasso di reso del 20% spende circa 12.000 euro al mese in sola logistica inversa.

La nuova norma impone di rendere il reso più accessibile. Ma le aziende più competitive stanno già lavorando su un obiettivo diverso: fare in modo che quei resi non arrivino.

Controllare la qualità prima della spedizione: meno resi, meno costi, meno sprechi 

Il modo più efficace per ridurre i resi tecnici, quelli dovuti a difetti, non conformità o qualità non idonea, è intercettare il problema prima che il prodotto esca dal magazzino o dal fornitore.

I software di controllo qualità permettono di gestire l'intero processo di ispezione su materie prime, semilavorati e prodotti finiti, con tracciabilità completa delle non conformità e delle performance dei fornitori. Il risultato non è solo meno resi: è anche meno sprechi in produzione, meno restituzione di merce che non può essere rimessa in vendita, meno costi nascosti che si accumulano lungo la filiera.

I dati parlano chiaro: implementare un sistema strutturato di controllo qualità sulla filiera ha permesso a brand come Paul&Shark di ridurre del 25% gli sprechi e del 40% il time-to-market. Meno difetti in uscita significa meno resi in entrata, e meno pressione su tutto il processo di reverse logistics che la nuova normativa obbliga ora a rendere ancora più efficiente.

Quando il reso arriva comunque: come gestirlo senza perdere margine

Anche con il miglior controllo qualità, una quota di resi è fisiologica. E con il nuovo obbligo normativo, quella quota andrà gestita in modo ancora più rapido e strutturato, perché il cliente si aspetta ora una risposta quasi immediata.

Il processo di reverse logistics, se non è digitalizzato, diventa rapidamente un collo di bottiglia: il tempo medio per gestire manualmente una singola richiesta di reso supera i 20 minuti. Moltiplicato per centinaia di resi mensili, è un'attività che assorbe risorse operative significative e rallenta il reintegro della merce nel ciclo di vendita.

Un software di gestione resi consente di centralizzare il flusso, dal momento in cui il cliente clicca il pulsante di recesso fino alla riconciliazione della fatturazione, passando per la valutazione dello stato della merce e la sua classificazione. Il prodotto reso può essere reinserito nel ciclo di vendita velocemente, riparato, destinato all'outlet o smaltito in modo tracciabile. La velocità con cui questo accade determina quanto valore viene recuperato e quanto invece si trasforma in perdita netta.

Il nodo invisibile: ordinare bene per restituire meno

C'è un terzo livello su cui le aziende più strutturate stanno lavorando, spesso meno visibile ma altrettanto decisivo: la previsione della domanda.

Una parte non trascurabile dei resi nel fashion non nasce da difetti o qualità scadente, ma da scelte di acquisto sbagliate: taglie ordinate in proporzioni errate, colorazioni o varianti sovrastimate, stock in eccesso che genera pressione commerciale verso il basso. Acquistare la quantità giusta, nelle varianti giuste, con i fornitori giusti, riduce la pressione sull'intera catena inclusa la reverse logistics.

I software di demand planning e collaborazione con i fornitori consentono di allineare previsioni, ordini e capacità produttiva, riducendo sia le rotture di stock sia gli eccessi. Meno merce fuori target significa meno merce che torna indietro.

Una normativa che arriva in un momento preciso

L'obbligo del pulsante di recesso non arriva per caso. Arriva in un mercato e-commerce italiano che nel 2025 ha superato i 50 miliardi di euro di valore, con una crescita del 30%, la più alta in Europa, trainata soprattutto dalla moda. Un mercato che cresce porta più ordini, più resi e più aspettative da parte dei consumatori. La normativa fotografa questa realtà e la regolamenta.

Per i brand e i retailer, il 19 giugno è una scadenza tecnica. Ma è anche un momento utile per fare un passo indietro e chiedersi: stiamo rendendo il reso più semplice perché non possiamo evitarlo, o stiamo anche lavorando per ridurlo alla fonte?

Le due cose non si escludono. Anzi, funzionano meglio insieme.

 

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